Care studentesse e cari studenti,
Gentili famiglie,
A tutta la comunità educante della nostra scuola,

mentre ci avviciniamo al Natale e il 2025 volge al termine, sento il bisogno di fermarmi un momento. Prima di tutto per dire grazie: grazie a ciascuno di Voi per quello che fate ogni giorno, per la presenza, la fiducia e anche per la pazienza nei momenti difficili.

Ai nostri ragazzi voglio dire una cosa semplice: continuate a credere in voi stessi. Ogni piccolo passo conta davvero. Alle famiglie: la scuola funziona quando camminiamo insieme, quando c’è dialogo vero e fiducia reciproca.

A Voi che formate la comunità educante – docenti, personale ATA, DSGA – va il ringraziamento più grande. Fate molto più che far girare un’organizzazione: rendete umano questo posto. Quando accogliete uno studente in difficoltà, quando trasformate un momento di tensione in una opportunità, quando restate pazienti anche nella centesima spiegazione della stessa cosa: quello è il cuore della scuola. E nei nostri piccoli plessi questa dimensione si sente ancora di più: si respira famiglia, cura, attenzione vera verso ciascuno. È la conferma di qualcosa che sappiamo bene: i migliori ambienti di apprendimento non nascono da tecnologie sofisticate, ma da buone relazioni e dalla cura reciproca. Quando un bambino si sente visto, ascoltato, accolto, impara meglio. Sempre.

Proprio questo mi porta a una riflessione che desidero condividere con Voi. In questi mesi l’intelligenza artificiale è entrata prepotentemente nelle nostre vite: i ragazzi la usano per studiare, per scrivere, per cercare risposte veloci. Fa parte del loro mondo. E proprio per questo ci chiede di ripensare che cosa significa insegnare oggi. Non possiamo più essere solo trasmettitori di informazioni: le informazioni sono ovunque, istantanee, accessibili con un clic. Il nostro ruolo sta cambiando sotto i nostri occhi e, a ben vedere, sta diventando ancora più importante.

Un’intelligenza artificiale può dare risposte, anche corrette. Ma non può guardare negli occhi uno studente e capire se ha compreso davvero o sta solo annuendo. Non può cogliere il momento in cui qualcuno sta per mollare e servono le parole giuste. Non può insegnare il dubbio, la domanda che vale più della risposta facile. Per questo noi dobbiamo essere sempre di più ciò che le macchine non possono essere: testimoni di un percorso, guide nel caos delle informazioni, persone che aiutano a dare senso a ciò che si impara. Dobbiamo allenare nei ragazzi le capacità che nessun algoritmo potrà sostituire: il pensiero critico che distingue una fonte affidabile da una bufala, la capacità di lavorare con gli altri, l’empatia, la responsabilità, la curiosità che va oltre il compito da consegnare.

Ecco allora il messaggio che vorrei lasciare soprattutto ai nostri studenti: molti dei lavori che farete da grandi probabilmente oggi non esistono ancora. Lo so, è un pensiero vertiginoso. Ma la domanda vera non è soltanto “che mestiere farò?”, è: “che tipo di persona voglio diventare? Come voglio stare al mondo?”. E questa è una domanda a cui la scuola può aiutarvi a rispondere, perché vi offre qualcosa che rimane anche quando tutto cambia velocemente: una cultura solida, non superficiale; la capacità di ragionare, di leggere la realtà senza farsi manipolare, di argomentare le proprie idee. E soprattutto quella cosa antica che chiamiamo sapienza: saper stare con gli altri, saper scegliere, saper rimanere umani.

Il mondo del lavoro chiederà ai nostri ragazzi di essere veloci, flessibili, produttivi. Ma la scuola deve insegnare anche la profondità, il prendersi tempo per capire davvero, e deve difendere la dignità di ogni persona contro la logica del puro risultato. Ogni volta che noi adulti scegliamo di ascoltare invece di giudicare in fretta, ogni volta che includiamo invece di etichettare, stiamo costruendo qualcosa che va oltre la singola lezione: stiamo educando la società di domani.

Per questo il nostro lavoro è sempre un atto di speranza. Credere che valga la pena spiegare ancora, correggere ancora, incoraggiare ancora: questa è la cosa più rivoluzionaria che possiamo fare.

Auguro a tutti noi un Natale sereno. E per il 2026 mi auguro che possiamo sentirci sempre più comunità vera: capace di sostenersi, di crescere insieme, di credere che la scuola può ancora fare la differenza.

Con stima,
Il Dirigente Scolastico
Saverio Molinaro